La mia 40ena

Tante cose sono state dette sulla quarantena, alcune facendo uso dell’ironia, che sono quelle che preferisco perché alleggeriscono uno stato d’animo già provato dalla situazione surreale, altre invece sono state uno spunto per la riflessione e l’introspezione. Sono stati coniati nuovi hashtag, dal gettonatissimo #andratuttobene, ai simpatici #poivorrei, fino ai tanti #hoimparatoche.

Chissà quanto di tutto quello che ci auguriamo per il d.Q., ovvero per il dopo Quarantena, avverrà sul serio; quanto seriamente riusciremo a far fede ai buoni propositi che ci siamo fissati, convinti che ne usciremo tutti maturati; quanto, insomma, tutto questo ci sta cambiando e quanto questo cambiamento durerà. Si accettano scommesse.

Io vivo su un’altalena: un giorno mi sento fiduciosa, vedo la luce alla fine del tunnel e mi convinco che non sia il famoso treno, il giorno dopo la vedo nera e mi faccio travolgere da quel treno. A volte non serve neppure passare da un giorno all’altro, ma traslo da un mood all’altro nell’arco di poche ore. Eppure ero convinta di non soffrire di bipolarismo.

Oggi come sto?

La risposta, nel dubbio, è sempre boh. Non vorrei crearmi false illusioni, ma allo stesso tempo il pessimismo non porta da nessuna parte.

Quindi, se mi viene chiesto di scrivere qualcosa su di me, hic et nunc, La Camp in Quarantena, che posso dire? Che vivo d’inerzia, mi faccio trasportare dalle giornate, le riempio con le cose che mi piace di più fare per rallegrarmi un po’, ma… alla fine della fiera… che cosa ricorderò di tutto questo?

Il grande punto interrogativo che mi sento ciondolare sopra la testa. Perché è tutto un grande ma, sia che mi giri a guardare indietro, sia che provi a vedere oltre il banco di nebbia che avvolge il futuro. Ecco i miei ma, in ordine cronologico: ma cosa è successo davvero? ma si poteva evitare? ma che giorno è oggi? ma cosa mangio oggi? ma domani che succederà? ma il lavoro?

Sì, perché, fortunatamente la salute c’è – meno male – e anche la mia famiglia ed i miei amici stanno bene. Possiamo tutti sopravvivere a questa maledetta quarantena, ci siamo quasi, siamo al giro di boa, ma poi? Eccolo il ma. Che ne sarà del mio lavoro? Quello in cui metto la mia passione, la mia creatività, e che mi fa campare?

Scrivere non è il mio lavoro, ma per lavoro scrivo – anche. Per lavoro faccio viaggiare. E il turismo è uno dei settori che maggiormente sta pagando questa quarantena.
Viaggiare è un lusso, non è un servizio essenziale, ha bisogno di garanzie, di sicurezze anche sanitarie. Oltre che di tempo e soldi. Prima che ci si possa finalmente sentire sicuri nel prendere un aereo o un treno, varcare un confine, dormire in una camera d’albergo e vivere tutte quelle belle emozioni che un viaggio contempla, beh… probabilmente passerà un po’ di tempo. Non lo si può forzare, non dipende da noi. E io nel frattempo, che emozioni posso vendere?

Tutti ci meriteremo una bella vacanza, dopo questa emergenza: chi ha lavorato il doppio, chi ha rischiato la vita in prima linea, chi è rimasto a casa, magari ristretto in un monolocale, chi doveva partire ma non ha potuto farlo. Chi non ha rispettato le regole no, loro no. A casa!

Perché un viaggio è libertà, ed è la cosa che ci è stata tolta in queste settimane. A casa stiamo tendenzialmente bene, è il nostro nido, ma la curiosità, la voglia di vedere luoghi nuovi o semplicemente di tornare a spiaggiarci al sole sulla solita spiaggia sono desideri innati e che prima o poi torneranno a bussare alla nostra porta. Compatibilmente con i propri mezzi e interessi, ognuno di noi accetterebbe a occhi chiusi se ci venisse offerta la possibilità di una vacanza, no?

Ma tremo alla prospettiva che, purtroppo, tutto questo non sia possibile per i prossimi mesi, che saremo costretti a continuare a viaggiare con la mente, attraverso tour virtuali, foto panoramiche, musica e profili Instagram. Tutto posticipato, certo, ricominceremo a viaggiare, ma una stagione persa pesa tantissimo. Sull’umore, perché mi manca vendere esperienze ed emozioni, mi mancano i racconti e le foto mandati dai clienti, mi mancano i colleghi, i telefoni che squillano all’unisono e noi che con le cuffie parliamo, raccontiamo, emozioniamo, supportiamo e viene fuori un casino che manco un call center. Ma, oggettivamente e razionalmente parlando, pesa anche sul portafoglio e mi trovo a chiedermi: “Ce la faremo?”. Chi l’avrebbe mai detto.

L’altalena mi sta portando troppo giù, meglio che me ne vado a girare il mappamondo e a puntare il dito a occhi chiusi: ecco, quella sarà la mia prossima meta! Un nuovo viaggio da organizzare e, lo ammetto, sbircerò per far cadere il dito sull’Italia, che si merita un pizzico di vantaggio.

Ebbene sì, alla fine cedo anche io agli hashtag di cui sopra e concludo tutto con un @poivorrei tornare a far viaggiare e #hoimparatoche amo il mio lavoro, ma quello in fondo lo sapevo già.

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